«Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse»

Questa frase, pronunciata alla Camera dei deputati il 30 maggio 1924 da Giacomo Matteotti, fu per lui la condanna a morte definitiva.

Il 6 aprile 1924, l’Italia votò per eleggere il nuovo Parlamento e un nuovo governo e i risultati furono spaventosi. Il Partito Fascista si presentò alle elezioni con una Lista Nazionale (il cosiddetto Listone), una lista di esponenti politici che avevano come unico scopo quello di combattere il socialismo ed il comunismo. La lista era ovviamente guidata da Benito Mussolini, capo del governo ma non ancora duce e dittatore d’Italia e raccolse ben il 60% delle preferenze, guadagnando una maggioranza schiacciante alla Camera con il suo Partito Fascista. A questo Listone, si affiancò anche una seconda lista, (Lista Nazionale bis) che accorpava le frange più estreme e violente del fascismo e che racimolò un ulteriore 4% da aggiungere al bottino finale. Risultato: il Partito Nazionale Fascista divenne il primo partito d’Italia. Ma le elezioni si tennero in un clima di violenza ed intimidazione mai visto prima nell’Italia democratica: squadre di picchiatori fascisti giravano di città in città, di negozio in negozio minacciando gli oppositori. Lo stesso Mussolini, durante il suo ultimo discorso in Piazza Venezia prima delle elezioni, aveva detto alla folla osannante: «Chi toccherà la Milizia troverà il piombo».
La stessa Chiesa denunciò, seppure a bassa voce, le violenze delle camicie nere, ma ciò non impedì ai miliziani di commettere atti di vandalismo e intimidazione contro i gruppi cattolici e popolari che si opponevano ai metodi mussoliniani.

Torniamo a quel fatidico 30 maggio. La Camera dei Deputati è in subbuglio, durante l’infiammato discorso di Giacomo Matteotti: i fascisti gridavano e protestavano mentre Matteotti elenca coscienziosamente l’elenco delle violenze commesse. Cerca anche di far invalidare le elezioni di un gruppo di deputati fascisti, ma la Camera respinge la richiesta con 285 voti contrari, 57 favorevoli e 42 astenuti. Termina poi il suo discorso rivolgendosi ai suoi compagni di partito con una frase che, a rileggerla oggi, ha il sapore amaro della profezia:

«Io, il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me»

La Lancia Kappa utilizzata di sicari

Il 10 giugno alle 16:15, Matteotti esce di casa per recarsi in Parlamento a Montecitorio. Una Lancia Kappa è ferma sul bordo della strada; a bordo ci sono cinque persone, membri della « polizia politica » di Mussolini:  Amerigo Dumini, Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malacria e Amleto Poveromo.
Aspettano.
Aspettano che il deputato ribelle spunti dal fondo della strada per passare vicino alla macchina. Due ragazzini poco distanti assistono pietrificati alla terribile scena.
Due degli aggressori escono dal veicolo e si gettano su Matteotti, afferrandolo per la giacca. Egli si divincola, oppone resistenza e riesce persino a gettare a terra uno dei due energumeni. Solo l’intervento di un terzo uomo riduce Matteotti all’impotenza, colpendolo violentemente al volto con un pugno e stordendolo. Sembra la scena di un film di gangster. Il suo corpo viene caricato bruscamente nell’automobile che riparte sgommando tra il fumo dei pneumatici che slittano sull’asfalto. Matteotti si riprende in tempo per lanciare da uno dei finestrini aperti la sua tessera di parlamentare, che viene ritrovata più tardi sul selciato dagli investigatori.
Ma gli uomini del Duce non riescono a controllare la situazione. Nell’abitacolo si scatena una rissa, con Matteotti che non vuole arrendersi al suo Destino, pur sapendo che quelli sono gli ultimi istanti della sua vita. Scalcia, tira pugni alla cieca, cerca di aprire la portiera per gettarsi fuori dal veicolo ma Giuseppe Viola tira fuori un coltello dalla giacca e lo pugnala sotto l’ascella e al torace.
L’agonia di Matteotti dura ore, mentre il sangue scorre lentamente dal suo corpo spargendosi sui tappetini della macchina.
I cinque cospiratori lasciano Roma per dirigersi verso le campagne circostanti, 25 km a nord. Qui, nel mezzo di una boscaglia i sicari seppelliscono il cadavere piegato in due e abbandonano la vettura in un garage, non prima di aver avvisato dell’omicidio Filippo Filippelli, fondatore del Corriere italiano (che aveva fornito ai sicari la Lancia Kappa) e il capo della Polizia Emilio Del Bono, da sempre fiancheggiatore del fascismo.

La notizia sui giornali dell’epoca

Trascorrono pochi giorni e la magistratura, ancora indipendente e non ancora asservita al fascismo, conduce le indagini velocemente e con solerzia. Ritrovano la macchina utilizzata per l’omicidio e in breve tempo tutti e 5 i rapitori vengono identificati ed arrestati.
Benito Mussolini, Presidente del consiglio dei Ministri, interrogato in Parlamento si dichiara estraneo alla vicenda, chiede ed ottiene le dimissioni di Del Bono e di altri personaggi indirettamente coinvolti nel brutale omicidio, ma allo stesso tempo interviene personalmente nelle indagini per bloccarle e per allontanare i due magistrati che lavoravano sul delitto. Nonostante ciò, e nonostante il delitto abbia una lampante connotazione politica, il Parlamento conferma la fiducia al governo Mussolini.

Ma da chi partì l’ordine? Se ne è discusso per decenni, e la ricostruzione più probabile è la seguente: dopo il discorso di Matteotti il 6 aprile 1924, Mussolini rientrò a Palazzo Chigi (dimora abituale del Presidente del Consiglio) e rivolgendosi a Giovanni Marinelli, capo dell’OVRA (la polizia segreta fascista) esclamìò furibondo:

«Quell’uomo [Matteotti, ndrdopo quel discorso non dovrebbe più circolare…».

Tanto bastò allo zelante Marinelli per ordinare ai suoi sicari l’uccisione di Giacomo Matteotti.
Questa versione fu confermata da Marinelli stesso ad alcuni gerarchi rinchiusi con lui nel carcere di Verona nel 1943 , prima del processo che fece fucilare i capi fascisti colpevoli di aver fatto cadere il governo Mussolini ed averne provocato l’arresto da parte del re Vittorio Emanuele III.

Questa di Giacomo Matteotti, non è una storia con il lieto fine. Quel delitto non fu solo l’omicidio di un uomo. Fu l’omicidio di una democrazia.