Basta dare un’occhiata a uno dei tanti dizionari di neologismi che escono regolarmente in Italia o a qualche sito che se ne occupa per rendersi conto di come la politica – soprattutto attraverso i giornali e i grandi mezzi di comunicazione – sia uno dei principali veicoli per la creazione di neologismi nella nostra lingua. L’ultimo della serie è Quirinarie, nome dato alla consultazione (online) organizzata dal Movimento 5 Stelle per scegliere il candidato all’elezione per il presidente della Repubblica. La grande circolazione che questa nuova parola ha avuto negli ultimi giorni è dovuta, da una parte, all’interesse che suscita tutto quello che ruota attorno al movimento di Beppe Grillo, e dall’altra ai problemi che ci sono stati nell’organizzazione della consultazione stessa. Quirinarie è solo l’esempio più recente dell’uso di un nuovo suffisso che la smania di consultare « il popolo » (preferibilmente di Internet) su tutto ha fatto nascere. Lo scorso dicembre lo stesso M5S ha organizzato le Parlamentarie per i propri candidati alla Camera e al Senato, e ancora prima aveva organizzato delle comunarie (o sindacarie), etc. Naturalmente, quando parlo di « nascita di un suffisso », esagero un po’, il suffisso -ario esisteva già in italiano, e ancora prima in latino, principalmente per formare aggettivi di relazione a partire da nomi, ed è la forma dotta del suffisso -aio (o -aro in alcune varietà regionali). Nei casi citati, però, si è avuta un’estensione del suffisso, che in questo caso forma nomi che possono essere solo al femminile plurale e che significano, a grandi linee ‘scelta tramite votazione di uno o più candidati ad un’elezione per una carica pubblica’. Perché il femminile plurale è chiaro: tutte queste parole sono calcate su primarie, che a sua volta è una contrazione dell’espressione elezioni primarie (perché poi in italiano, e anche in altre lingue, nel significato di ‘votazione con cui si eleggono le persone che devono rappresentare una collettività o ricoprire una carica’ – come dice il Grande dizionario italiano dell’uso di Tullio De Mauro – elezioni possa essere usato solo al plurale è un’altra questione, che non tratto qui). A sua volta, ho la quasi certezza che questa espressione sia un calco dell’inglese primary election. Le elezioni primarie sono infatti un’istituzione principalmente anglosassone, e soprattutto americana. Apprendo da Wikipedia che le prime sono state organizzate dal Partito Democratico (americano) nel 1847, e le prime in Italia dall’allora Unione di centrosinistra nel 2005. Ma veniamo alla nascita e alla diffusione del suffisso. Estrapolare dalla parola-modello uno schema per costruirne di nuove è abbastanza naturale, visto che essa stessa contiene un suffisso. Anche il passo da primarie a parlamentarie è breve, visto che per quest’ultima parola esiste già un quasi omonimo che è parlamentare. Le parlamentarie sono perciò le elezioni con cui si designano i candidati ad essere parlamentari (con magari una rianalisi di primarie come le elezioni per designare il candidato a premier?). Una volta che le parlamentarie sono state indette e che la nuova parola era stata creata, la via per la nascita di altre -arie era aperta. Oltre a quelle citate, ho trovato diversi altri esempi, spesso scherzosi, su Internet. Intanto, Beppe Grillo ha definito le primarie del PD delle buffonarie, per sottolineare il fatto che le uniche primarie serie  erano quelle del suo movimento, mentre lo stesso PD ironizzava sul suo sito Web sulle berlusconarie, ossia la « scelta » o meglio l’imposizione del candidato premier del PDL. Per tornare un attimo alle quirinarie, quello che distingue questa parola dalle altre è il fatto che qui la base (Quirinale) è troncata. Ci sono, mi sembra, due ragioni per questo: da una parte, la porzione eliminata (-ale) ha anche lei la forma di un suffisso, e dall’altra si sa che le lingue sono refrattarie alle sequenze troppo lunghe di suoni identici o simili (e quindi alle troppe r e l che ci sarebbero in quirinalarie). Un’ultima osservazione per finire: in tutti i casi citati, quelli scherzosi e quelli no, si tratta di parole che non hanno una vera necessità funzionale nella lingua. Per tutte le elezioni (vere o presunte) in questione si sarebbe potuto semplicemente parlare delle « primarie per il Quirinale » o « per il Parlamento ». Ma il fatto di avere una parola specifica per ogni fenomeno anche minuscolo, soprattutto in politica, è, secondo me, uno degli elementi che la lingua dei giornali ha trasmesso alla comunicazione quotidiana e che si sta diffondendo in maniera esponenziale attraverso Internet. In questo caso, da una parte c’è senza dubbio la ricerca della brevità e della formula concentrata, e dall’altra c’è il desiderio di avere un nomignolo, una denominazione arguta e divertente che si manifesta anche in altri casi.